Omelia Mons. Corrado Lorefice
Arcivescovo di Palermo
Carissimo Leonardo, Carissime, Carissimi,
«noi amiamo Dio perché egli ci ha amati per primo» (1Gv 4,19). Sono queste parole che ci danno il fondamento roccioso e la chiara visione di ciò che stiamo per compiere, di ciò che la Chiesa di Palermo ha intenzione di fare in questa solenne liturgia di ordinazione.
Destinataria e testimone dell’amore preveniente di Dio, certa che anche tu, carissimo Leonardo, lo ami «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,5), [la Chiesa di Palermo] riconosce la chiamata da te ricevuta a donare nel celibato – nella “ferita sanguinante dell’amore” – tutta la tua vita «per il regno dei cieli a servizio di Dio e degli uomini» (Dal Rito di ordinazione). La Chiesa che è a Palermo riconosce l’autenticità della tua chiamata e della tua risposta al ministero ordinato che oggi ricevi, mediante l’invocazione dello Spirito e l’imposizione delle mani del tuo Vescovo, nel grado del diaconato.
Caro Leonardo, noi tutti siamo fragili e indegni – anche il tuo Vescovo – ma sembra che il Signore continui ad aver bisogno di noi. Della sua Chiesa. Oggi anche di te! Egli non chiama dei perfetti, ma amanti. Dai primi discepoli e discepole, fino a noi. Uomini e donne che lo amino perdutamente. Egli, innanzitutto, chiama ad una relazione d’amore. Attrae, seduce il cuore. Quindi chiama al servizio del Regno: «Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni» (Mc 3,14-15). E per questo suscita doni, carismi e ministeri tra i suoi fratelli e le sue sorelle. Nella Chiesa, nella fraternità discepolare. E tra questi il fondante e necessario carisma ordinato. La Chiesa, affermava Benedetto XVI – come anche Papa Francesco –, «si sviluppa per “attrazione”: come Cristo “attira tutti a sé” con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce, così la Chiesa compie la sua missione nella misura in cui, associata a Cristo, compie ogni sua opera in conformità spirituale e concreta alla carità del suo Signore» (Omelia, Aparecida, 13 maggio 2007).
La missione di Cristo si è compiuta nell’unzione dello Spirito, nell’energia dell’amore che lo sospingeva nella sua opera messianica. Lo ha ribadito Papa Leone XIV ai Cardinali durante il Concistoro straordinario: «Tale forza è la Charis, è l’Agape, è l’Amore di Dio che si è incarnato in Gesù Cristo e che nello Spirito Santo è donato alla Chiesa e santifica ogni sua azione. In effetti, non è la Chiesa che attrae ma Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché attraverso quel “canale” arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore. È significativo che Papa Francesco, che ha iniziato con Evangelii gaudium “sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale”, abbia concluso con Dilexit nos “sull’amore divino e umano del Cuore di Cristo”» (7 gennaio 2026).
Di questo si tratta: tutta la Chiesa è chiamata a diffondere nel mondo la carità di Cristo. Oggi tu, caro Leonardo, assumendo il ministero del diaconato ti consacri particolarmente a diffondere la carità di Cristo. Ad essere con tutta la tua vita, nella tua carne umana, sacramento della carità di Cristo. Unto di Spirito, unito all’Unto-Messia-Servo inviato dal Padre, sei «“mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”» (Lc 4,18-19).
Non aver paura della tua umanità fragile. La tua identica umanità, la tua stessa carne, è stata assunta anche dal tuo Signore e Maestro. Preoccupati piuttosto che sia sempre lui a sedurti il cuore d’amore. Amalo perdutamente. Per sempre. Frequentalo più di ogni altro, cercalo più di ogni altra cosa, «non anteporre nulla all’amore di Cristo» (Benedetto, Regola 4,21). Sii fedele al suo amore. È l’unico comandamento che ti ha dato.
Per questo la Chiesa ti chiede il celibato, certa che è il Signore stesso che te ne fa dono. Ama il tuo celibato. Sii fedele al celibato. È la potenza della “ferita dell’amore”. Se non sanguinano non amiamo niente è nessuno! Saremmo dei velleitari, in balia di palliativi fuorvianti e di meschine forme di compensazione. Quante false giustificazioni oggi si invocano per svuotare di senso l’amore celibatario! Soprattutto nell’odierna cultura pansessualista. La promessa del celibato – del cuore indiviso – ti custodisce nell’amore. Sì, ci custodisce nell’amore, carissimi fratelli e sorelle che condividiamo la chiamata celibataria e verginale. Come la promessa di fedeltà per tutta la vita custodisce l’amore coniugale. L’impegno del celibato ci preserva nella fecondità dell’amore a Dio e ai fratelli: «Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi» (1Gv 4,21. 5,3). Il celibato non è gravoso. Ti inchioda all’amore! Dolcezza e bellezza del giogo dell’amore celibatario!
Oggi gli occhi di noi tutti sono fissi su di te, carissimo Leonardo, come allora, nella sinagoga di Nazaret, erano rivolti su Gesù. Confessa con coraggio e fiducia anche tu la totale consegna al tuo Signore e alla Madre Chiesa. E proclama con gioia e determinazione: “Oggi in me si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato. Con voi e per voi sono costituito servo per amore. Solo per amore!”.
Ti siano e ci siano di sostegno le parole di Papa Leone XIV ai Cardinali: «Vogliamo essere una Chiesa che non guarda solo a sé stessa, che è missionaria, che guarda più in là, gli altri. La ragion d’essere della Chiesa non è per i cardinali né per i vescovi né per il clero. La ragion d’essere è annunciare il Vangelo. […] annunciare il kerygma, il Vangelo con Cristo al centro. Questa è la nostra missione».
