63a Settimana Liturgica – Cattedrale di Marsala

Cattedrale di Marsala
28-08-2012
2Ts 2,1-3.13-17; Sal 95; Mt 23,23-26

    1. La splendente luminosità di questa Chiesa Madre lilibetana che accoglie più di mille anni di differenti culture, stili e passaggi dell’uomo, mi sembra ci faccia simbolicamente gustare la gioia del nostro convenire dalle diverse chiese particolari e del nostro ritrovarci attorno all’unica Mensa del Signore, a celebrarne la Pasqua.
    Ma proprio a tal proposito, il santo vescovo Agostino, di cui oggi la Chiesa celebra la memoria liturgica, ricorda a me e a voi: ‘Se voi siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è posto il vostro mistero: voi ricevete il vostro mistero. A ciò che siete rispondete: Amen e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: Corpo di Cristo, e tu rispondi Amen. Sii membro del Corpo di Cristo, perché il tuo Amen sia vero. [‘] Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete‘ (Sermo 272, PL 38,1247-48).

    Anche questa sera, ci nutriamo, cioè del Corpo Eucaristico di Cristo per divenire e rimanere sempre più Corpo Mistico di Cristo, Chiesa che dell’Eucaristia si alimenta nella carità.

    Questi giorni siano un’occasione per dire il nostro ‘Amen’ alla Chiesa, Corpo di Cristo, e per impegnarci ‘ con la forza che discende dalla celebrazione dei Divini Misteri ‘ a ripeterlo con fiducia e convinzione nei singoli ambiti pastorali a cui faremo ritorno.

    2. La Parola di Dio proclamata oggi nella prima lettura ci ha fatto entrare nel contesto vivo di una comunità, quella di Tessalonica, che si poneva insistentemente alcune domande sulla manifestazione gloriosa del Signore Gesù.

    I Tessalonicesi avevano erroneamente capito che il ritorno di Cristo sarebbe stato immediato. Per questo alcuni vivevano un’attesa entusiastica ma, in fin dei conti, oziosa e deresponsabilizzante, altri creavano facili allarmismi e diffondevano timori.

    Le risposte alla domanda sul tempo della parusia, sul ‘quando verrà il Signore‘, costringono Paolo ad intervenire e a correggere con fermezza la sua comunità: ‘Vi preghiamo di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare ‘ quasi che il giorno del Signore sia già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo!‘.

    A chi è preoccupato circa il ‘quando‘, Paolo risponde che il problema non sta tanto nel conoscere il momento della venuta finale di Cristo, quanto piuttosto nel vivere il tempo presente orientandolo a Cristo e alla sua manifestazione gloriosa, assumendo le responsabilità nella situazione concreta della comunità. Perché, in fondo, mascherata da tensione escatologica, la domanda sul ‘quando‘ può diventare alibi per una sterile fuga dalla realtà.

    Paolo, allora, sente il dovere di rendere grazie a Dio perchè i Tessalonicesi sono stati ‘scelti come primizia per la salvezza‘, ‘chiamati per entrare in possesso della gloria‘. Sottolinea loro che il presente che vivono è già un presente di grazia, un chairos, che è stato fecondato ‘per mezzo dello Spirito santificatore e della fede nella verità‘. Un presente già ricolmo di salvezza perché decisamente orientato verso la pienezza di Cristo: un vero e proprio pellegrinaggio che è realmente fecondo se si lega il tempo che scorre non tanto alla domanda del ‘quando‘, quanto a quella del ‘come‘.

    Il poeta e mistico tedesco Silesius (Johann Scheffler, 1624-1677) provocatoriamente affermava che ‘il tempo è più nobile di mille eternità‘. L’orientamento escatologico della propria esistenza segnata dalla ricchezza della chiamata ricevuta in vista della promessa di ‘una consolazione eterna e una buona speranza‘, rimanda alla domanda prioritaria sulla nobiltà del presente, e il credente ha da chiedersi ‘come‘ vive il tempo che gli è stato donato come chairos di conversione e di salvezza, al di là di facili entusiasmi o di ‘pie fughe‘ dal mondo, come le definiva Dietrich Bonhoeffer. Così la ‘tensione al quando‘ diviene più propriamente ‘attenzione al come‘, e ogni semplicistica evasione dal tempo che scorre viene vinta dall’attenzione alla qualità del presente, specie nella carità operosa, il mandato di Gesù Cristo sul quale il nostro tempo sarà giudicato alla fine dei tempi.

    3. Tocca a questa domanda del ‘come’ relativa al tempo anche il tema di questa 63a edizione della Settimana Liturgica Nazionale dal titolo ‘L’Anno liturgico: pellegrini nel tempo‘. Una riflessione che, ancora una volta, prende le mosse a partire dagli ‘Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020‘ che ‘ ribadendo gli Orientamenti del decennio precedente ‘ vedono la liturgia come ‘scuola permanente di formazione attorno al Signore risorto, ‘luogo educativo e rivelativo’ in cui la fede prende forma e viene trasmessa‘ (n. 49).

    Il lodevole convergere di studiosi ed esperti per riflettere e confrontarsi insieme sull’anno liturgico può fornire un prezioso contributo intra ed extraecclesiale per rispondere alle percezioni sempre più diffuse, nell’attuale contesto socio-antropologico. Il tempo si avverte eccessivamente ‘frammentato‘, a volte contratto pericolosamente in un susseguirsi di ‘attimi fuggenti‘ fra di loro non connessi, altre volte sterilmente dilatato in un flusso neutro, svuotato di senso, che nulla ha da dire all’esistenza umana.

    Ci si accorge che il tempo diviene sempre più manchevole di quel principio di unità che ‘ come categoria dinamica ‘ soltanto un orientamento può fornirgli. L’anno liturgico, strutturato a partire dal mistero pasquale di Cristo e orientato al compimento di tale Pasqua nel discepolo, può davvero essere riscoperto come un importante locus theologicus nel quale l’homo viator scopre di essere pellegrino verso una meta da raggiungere nel compimento del Regno, e ‘ al pari dei credenti della comunità di Tessalonica ‘ è invitato a riacquistare il senso della responsabilità del presente.

    Uno dei padri del Movimento liturgico, Dom Prospero Gueranger, ben a ragione affermava: ‘Se la Chiesa rinnova ogni anno la sua giovinezza, ‘come l’aquila’ (Sal 102) è perché, mediante il Ciclo liturgico, essa è visitata dal suo mistico Sposo secondo i suoi bisogni‘ (L’anno liturgico, Introduzione generale). La scansione del tempo ciclico dell’anno liturgico, lo sappiamo bene, non è mera ripetizione annuale, ma opportunità di crescita costante per scoprirsi sempre più discepoli in cammino di sequela del Maestro, e per lasciarsi fortificare dalla grazia di Cristo, viva ed attuale nella celebrazione dei Misteri.

    Penso resti valida l’affermazione del Papa Pio XII nella sua Enciclica ‘Mediator Dei’ del 1947: ‘L’anno liturgico ‘ è il Cristo stesso che persevera nella sua Chiesa e che continua a percorrere il cammino della sua immensa misericordia‘ (p. III, cap. II). Come dire che, nel chairos dell’anno liturgico ‘ o più propriamente nei suoi molteplici chairoi ‘ accanto all’homo viator si accosta il Christus viator, che sostiene ed alimenta il cammino.

    Alle relazioni dei convegnisti, ai dibattiti e ai laboratori lasciamo il compito di sviluppare il tema in modo ampio ed esauriente, mentre preghiamo perché la celebrazione di questa Settimana Liturgica sia sempre ravvivata dal fuoco dello Spirito che animi dal di dentro la Chiesa e gli indichi cammini da percorrere ed orizzonti da intravedere.

    4. Un’ultimo spunto lo traggo dalla pericope evangelica appena proclamata, che richiama l’atteggiamento interiore con il quale ogni credente è chiamato a vivere questo pellegrinaggio nell’anno liturgico. Si tratta del quarto e del quinto ‘guai’ della lunga invettiva che, al capitolo 23 del Vangelo di Matteo, Gesù lancia alle guide del tempo.

    Col quarto ‘guai’ Gesù rimprovera agli scribi e ai farisei di essere meticolosamente attenti nel volere osservare alcune leggi esteriori e ben verificabili agli occhi della gente. Essi sono scrupolosi nel pagamento della decima sulla menta, sull’aneto e sul cumino, erbe aromatiche allora in uso, ma in tale meticolosità è nascosta un’esagerazione: la Legge prevedeva solo il pagamento della decima per l’olio, il mosto, i cereali e il raccolto in genere! Scribi e farisei si impegnano a fare ben più del dovuto, ma in un ambito in cui la loro osservanza scrupolosa è verificabile e lodabile davanti agli uomini.

    Invece l’osservanza della giustizia, della misericordia, della fedeltà richiede un impegno certamente meno visibile, ma nel quale è necessario porre la maggiore generosità. Perché?

    La risposta viene dal quinto ‘guai’ che sottolinea il profondo legame tra interiorità ed esteriorità: gli ipocriti fariseismi di tutti i tempi sono capaci di salvare la forma, ma non mirano alla pulizia interiore. Solo un cuore che si compromette seriamente per la purezza davanti a Dio e agli uomini può porre azioni e frutti che siano anche visibilmente buoni agli occhi degli altri.

    Il ripetersi di ogni anno liturgico con la sua intrinseca scansione se è autentico luogo di pellegrinaggio del credente ‘verso Cristo‘ e ‘accanto a Cristo‘, non può mai essere esente da una tale verifica critica: la liturgia celebrata e visibile è davvero coerente con un generoso percorso interiore di conversione e di crescita?

    Anche il tempo della liturgia, se non vissuto con questa esigenza, può essere un kronos mascherato da chairos, un bicchiere pulitissimo e splendente all’esterno ma tristemente vuoto o ‘ peggio ‘ pieno ‘di avidità e d’intemperanza‘.

    Dobbiamo essere convinti che soltanto una liturgia che sia coerente espressione di un’interiorità di ‘vita buona del Vangelo’ possa educare le nuove generazioni della Chiesa a questa stessa vita buona, non ‘per concetti‘ ma ‘per contatti‘, per riprendere una felice espressione letta recentemente.

    Perché anche attraverso la celebrazione ‘nel‘ tempo e ‘del‘ tempo la Chiesa possa educarsi ed edificarsi, e possa continuare una ricerca autentica di Dio e delle sue vie, secondo quanto, in riferimento al Vescovo Agostino, oggi la liturgia ci fa pregare nell’orazione colletta: ‘assetati della vera sapienza, non ci stanchiamo di cercare te, fonte viva dell’eterno amore‘.